Ristorante Piperno, la storia
Ristorante Piperno, la storia
Ristorante Piperno, la storia

Dobbiamo assegnare alla famiglia Piperno il merito di aver fondato il più caratteristico e antico luogo di ristorazione nel Ghetto che, dal 1963, è gestito dalle famiglie Mazzarella e Boni e dove per tutto l’anno, oltre ai tipici piatti della cucina Romana, possiamo gustare i famosi, appetitosi e unici Carciofi alla Giudia. E’ notorio che non c’è angolo di Roma dal quale non promani un particolare fascino derivante dalla sua suggestiva storia millenaria. Chi sale, per esempio, su questa silenziosa e appartata piazzetta detta – Monte de’ Cenci, sappia che la sua modesta altura è formata dalle rovine del lato ricurvo del circo costruito nel 221 a.C. dal censore Caio Fiaminio. E non basta; una lapide posta su di una casa nei pressi di questo “Monte” in via San Bartolomeo dei Vaccinari, ricorda dove nacque, da un tavernaio e da una lavandaia, il tribuno romano Cola di Rìenzo. Nel secolo XVI era questo un verde terreno elevato degradante verso il fiume Tevere, allorquando la celebre famiglia Cenci vi costruì il suo vasto palazzo, articolato in quattro corpi di fabbrica, che sostituì le antiche case dei Crescenzi. Il palazzo ha una delle minori facciate su questo piccolo largo dove ora voi vi trovate, che si eleva a torre mozza e si collega ad angolo retto con l’altra fiancata che chiude la piazzetta. A destra sorge la chiesetta, ora in restauro, intitolata a S. Tommaso, eretta nel secolo XII da un vescovo Cenci e poi rifatta più volte. L’ultimo suo rifacimento nel 1575, fu eseguito a cura del famigerato Francesco Cenci che, nella cappella a sinistra dell’altare maggiore predispose la sua tomba. Com’è noto, egli fu ucciso dai due figli Giacomo e Beatrice nel castello della Petrella, nell’alta Sabina ove rimase il suo corpo. I parricidi vennero condannati alla pena capitale l’11 settembre 1599 e in questa chiesetta furono sepolti i resti mortali di Giacomo, mentre il corpo di Beatrice giace in San Pietro in Montorio.

Quasi a fugare il ricordo di tanta tragedia, il cui triste bagliore, dopo quattro secoli, sembra che ancora riverberi dal severo palazzo sul breve lastricato, sorse, a cura di un benemerito della gastronomia giudaica, Pacifico Piperno, intorno al 1860, questo nostro locale che, accogliendo liete brigate di romanì e di turisti, da oltre cento anni, pone qui una nota di schietta allegria contrastante con il grigiore dello storico ambiente.
In origine, e cioè negli ultimi anni del 1700, qui avevan sede le scuderie dei Cenci i quali affittavano le stalle anche a privati. Un d’essi fu, appunto, il nominato Pacifico a cui venne, a un certo momento, l’idea di acquistare un locale per trasformarlo in osteria. Non fu un’Hostaria con l’acca davanti, né tanto meno un ritrovo mondano; ma una modesta osteria romana, arredata alla buona con panche e tavole, dove si poteva bere vin genuino e gustare un piatto di spaghetti nonché quei filetti di baccalà e carciofi che son tuttora il vanto di questo locale, il quale, passato più tardi in proprietà del figlio Angelo e poi ancora di Mario Piperno e trasformatosi, da semplice osteria, a trattoria rinomata restò nei primi anni dei ‘900 incontrastato ed unico Regno dei Carciofi alla Giudia. Va ascritto, pertanto, alla ditta Piperno il pregio di aver istituito il più vecchio locale caratteristico in Ghetto (dal 1963 passato in proprietà della famiglia Mazzarella) dove, durante tutto l’anno è possibile gustare piatti che ammannisce l’arte culinaria romana e assaporare i famosi, fragranti ed insuperabili carciofi alla giudia.

In questo locale, fin dal 1909, il pittore Romeo Marchetti, direttore e proprietario del famoso periodico romano illustrato Il Pupazzetto, istituì l’annuale primaverile Carciofolata intestata al suo giornale, che si ripeté per oltre cinquanta anni e cioè fino alla morte dell’ideatore avvenuta nel 1962. A quel gaio ricorrente convito partecipava, possiam dire, tutto il mondo letterario, artistico, industriale, politico romano, che si riuniva in una spensierata agape fraterna dove, poste da parte diversità di pensiero, rivalità d’ogni sorta e soprattutto qualsiasi colore politico, si brindava alla risorta primavera, e alla comune gioia di vivere.
Il protagonista era, come sempre, la nostra specialità: il carciofo, ormai celebre in tutto il mondo; questo erbaggio che, soltanto nella campagna romana, può esser colto così rotondo e carnoso e tenero al tempo stesso, che gettato nel bollore dell’olio, liscio a mo’ di palla da bigliardo, ne esce come un crisantemo a corolle aperte stillanti di grato profumo. E mangiarlo e gustarlo è come assaporare realmente un sorso di primavera. E per chi apprezza anche le qualità terapeutiche del carciofo, aggiungiamo che in un’opera redatta nel 1825 da un fisiologo romano si legge, fra l’altro, che i carciofi sono aperitivi, provocano i sudori, purificano la massa dei sangue; ma svegliano indebitamente gli ardori di Venere ai non coniugati. Convengono nei tempi freddi ai vecchi e ai temperamenti fiemmatici. Che volete di più? Entrate, dunque, risoluti e fiduciosi in questo “Regno dei carciofi alla giudia”; vi troverete anche una lunga lista di appetitose vivande a prezzo ragionevole e non vi mancherà un piatto di buon viso da parte dei proprietario che attende la vostra gradita visita.